La strategia del fortino

 

C’era una volta il ceto politico in Italia.  Il ceto politico italiano si è volatilizzato con tangentopoli,  e non solo per le inchieste giudiziarie, ma soprattutto per la sua incapacità di reazione e di fornire una risposta forte ai cittadini. Poi l’Italia ha vissuto il berlusconismo e l’esperienza dell’Ulivo. Di seguito ancora il vuoto: il ceto politico si  è nuovamente volatilizzato. Sotto la presidenza Napolitano, hanno bloccato il paese con governi tecnici e di breve durata, prolungando il ricorso alle urne. All’improvviso e senza valutarne la reale portata politica e lo spessore dei personaggi, quel residuo ceto politico, prigioniero dei propri sensi di colpa e disorientato, ha lanciato sulla scena politica il renzismo. Spacciato all’inizio come una rivoluzione politica, con il governo fotocopia di Gentiloni, ha rivelato il suo vero volto: una comitiva di amici asserragliata nel partito e nel governo, senza spessore politico e culturale. Questa strategia del fortino è più nefasta della “morte contadina”, un macigno per le giovani generazioni e per quella famosa Europa dei popoli, tanto richiamata quanto disattesa. Un giorno, quando il ceto politico ritornerà sulla che gli compete, ci chiariranno che le bizze degli amici non si compensano con incarichi di governo. Negli altri paesi europei e civilizzati, la classe politica ha gli anticorpi culturali necessari per impedire queste mortificazioni nei confronti delle istituzioni pubbliche. E un fortino sotto assedio è senza via di fuga.

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