Sei domande al professor Luca Fiorito

Intervista molto stimolante a Luca Fiorito, senese, professore  presso la Luiss di Roma e l’Università degli Studi di Palermo. Luca Fiorito conoscitore di Siena e delle sue dinamiche politiche, presente nel Cda di Banca Mps dal 2003 al 2006, fino a quando non fu nominato Mussari presidente, praticamente uno dei pochi a non aver compiuto due mandati come era prassi all’epoca. Uno dei primi messo in disparte dalla gestione Mussari-Mancini. Buona lettura.

In questo momento lei in qualità di professore dell’Università degli studi di Palermo, gestisce il corso di “Storia del pensiero economico”. Come giudica la situazione economica italiana e più in generale quella europea?

Come diceva Marcello De Cecco, quella che stiamo attraversando è una crisi che viene da lontano, certamente dai primi anni novanta, e che porta la firma delle autorità economiche e della grande finanza degli Stati Uniti. La crisi è iniziata in seno ai bilanci delle banche e delle altre istituzioni finanziarie, che avevano conosciuto un abnorme sviluppo soprattutto negli Stati Uniti, (e qui il marito della signora Clinton ha certamente le sue colpe) ma anche altrove. Ripeto, tutto parte dai primi anni novanta. Da allora in tutti i paesi, soprattutto quelli del “centro,” il settore finanziario è divenuto il motore trainante di tutta l’economia, dotato di energia e volontà indipendenti e capace di sfruttare meglio degli altri settori tutte le innovazioni, specie nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni. Quando è scoppiata la crisi, dal settore finanziario si è propagata all’economia reale. In Italia la situazione è aggravata dal contesto europeo e da limiti endemici che ci portiamo dietro da sempre. Dare la colpa di tutto questo all’Euro mi pare semplicistico. Chi ci governa in Italia e in Europa deve capire che senza una correzione degli squilibri reali non si possono ricondurre a normalità il ruolo e le dimensioni relative della finanza.

Lei è stato allievo di Barucci e ha maturato esperienze in materia di economia negli Stati Uniti, per poi entrare nel Cda di Banca Mps. Cosa ricorda di quel periodo e quale differenza con l’attuale situazione della Banca?

Lo ricordo con nostalgia. Era una banca diversa, so che questo può sembrare banale. C’era un senso di appartenenza all’istituto diffuso che si percepiva dai vertici all’ultimo dei salariati. Anche la professionalità era un tratto comune dell’essere montepaschini. Voglio ricordare due galantuomini, con cui ho avuto modo di trascorrere tre anni stupendi in qualità di membro del CDA. Emilio Tonini, il DG dei miei tempi, e Pier Luigi Fabrizi, non me ne voglia nessuno, ma Fabrizi rappresenta per me l’ultimo presidente “morale” di quella che era la nostra banca. I cambiamenti che sono sopraggiunti in seguito appartengono alla storia, se qualcuno la scriverà, e alla cronaca giudiziaria.

Nel 2013, nell’intervista rilasciata a Pino Di Blasio sulla Nazione, ha detto che la Fondazione Mps ha confuso il controllo della Banca, con la maggioranza delle azioni. E’ stato solo quell’arroccamento sul 51% l’errore?

Quello è stato l’errore ideologico, figlio della cattiva politica e della malafede di alcuni dei suoi protagonisti. Resta il fatto che la legge Amato era e resta un’opera incompiuta che ha provocato, per ciò che ci riguarda, danni incalcolabili. E’ singolare come il nome di Amato affiori a più riprese nella storia della nostra Banca.

L’attualità politica vede nuovamente, anche se con un ruolo diverso, Romano Prodi tra i protagonisti. Lei che è cresciuto politicamente  con Enrico Letta e Lapo Pistelli, per poi partecipare alla stagione dell’Ulivo, anche come esperto di Ulibo (la scuola di formazione politica), il ritorno di Prodi va interpretato come “medicina” per gli errori di Renzi? 

Ho preso le distanze da Prodi, e non senza una sorta di fastidio personale, dopo il suo endorsement (opaco e tardivo) del SI al referendum. Prodi ha certamente ragione quando dice che i coefficienti obbligatori abbiano spinto le banche, proprio per risparmiare capitale, a creare tutto quel sistema finanziario ombra che si addita come grande responsabile della crisi. Ma sulla sua analisi politica, soprattutto dopo il referendum, ho molte riserve.

Parliamo di Siena. Ci sono le condizioni per trovare una sintesi, oltre gli steccati, per favorire un futuro governo cittadino, per una svolta definitiva rispetto agli errori che tutti conosciamo?

Io non sono un fan di Valentini. Da iscritto al PD al tempo delle primarie – non lo sono più – votai Mugnaioli con convinzione. Credo che Siena debba ripartire dalla selezione di una autentica classe dirigente. Fino ad ora abbiamo avuto troppa classe diligente (con la l), preoccupata più di rispondere al proprio capo bastone, che ai reali interessi della città. Alcune presenze in consiglio comunale e in giunta, sono state a dir poco imbarazzanti. Quelle che ci attendono saranno le prime elezioni in cui il voto di scambio giocherà un ruolo del tutto secondario. Non perdiamo questa occasione. Parliamo di uomini e di programmi.

Per chiudere questa interessante intervista, ci piacerebbe conoscere il suo parere sulla Fondazione Mps. Nel 2018 si vota per il rinnovo del consiglio comunale e per il sindaco, ma scade anche il mandato di Clarich alla Fondazione. Non ritiene che la nomina del nuovo presidente, dovrebbe avvenire dopo l’insediamento del nuovo sindaco?

Vorrei non parlare dell’operato di Clarich, che ha certamente luci ed ombre. La nomina del nuovo presidente deve necessariamente attendere l’elezione del nuovo sindaco. Questa città ha subito già troppe sospensioni di democrazia. Quella che vorrei è una Fondazione laboratorio di idee e di proposte. Vi faccio un esempio concreto. Io mi immagino Siena come capitale europea del Medio Evo, un polo capace di attrarre i migliori centri universitari sul tema, così come Firenze ha fatto per l’arte e la cultura rinascimentale. Il ruolo della Fondazione per questo tipo di progetti, magari con partner provenienti dalla cosiddetta società civile (termine che odio), diventerà centrale.

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