La farsa della commissione d’inchiesta sulle banche e quello che Renzi non dice

di Hattori Hanzo
Matteo Renzi, dalle pagine del Sole 24 Ore, nel vano tentativo di ripresentarsi all’opinione pubblica come un rinnovatore e un discontinuatore, invoca la commissione d’inchiesta sulle banche e cerca di far passare il messaggio che senza di lui i problemi delle banche non sarebbero venuti a galla, accusando altri di aver dormito negli ultimi anni. Questa di Renzi è una tesi ben accolta dal suo “caro” direttore del Sole, ma è una tesi che si va a scontrare con la realtà e con la storia degli ultimi dieci anni. Proprio quella storia con cui Renzi e il suo partito non hanno mai voluto fare i conti e oggi le conseguenze di questa mancanza,  non  le paga solo il paese, ma le sta pagando anche Renzi stesso. Renzi non ha praticato nessuna discontinuità e non è portatore di nessuna novità. Renzi si è solo fatto carico di fornire un volto nuovo al solito sistema, essendo anche lui figlio di quel sistema, sbagliando però i tempi e soprattutto, commettendo l’errore di gestire il potere con il suo gruppo ristretto di amici e di fedelissimi. Sulle banche quando era presidente del consiglio, più che trovare delle soluzioni, ha innescato reazioni a catena, in parte dovute all’inesperienza di chi gli girava intorno e in parte per la pretesa del suo giglio magico di scalare il sistema finanziario e bancario. Una pretesa che lo ha condotto alla caduta e che sta portando il PD alla dissoluzione. Ma Renzi non poteva essere e non sarà una novità credibile, perché  anche lui è figlio politico di quel groviglio che inizia con la famosa operazione Antoneventa. Partiamo dalla commissione d’inchiesta e ricostruiamo gli ultimi dieci anni.
Questa della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, soprattutto per la vicenda di Banca Monte dei Paschi, è una farsa, la medesima farsa proposta su scala nazionale dalla commissione d’inchiesta regionale su Mps, promossa dal consiglio regionale della Toscana. Sono passati dieci anni dall’acquisto di Banca Antonveneta e sono passati dieci anni dalla nascita del PD. Dieci anni fa, proprio durante l’operazione Antonveneta, prende forma e sostanza il più grande dei grovigli politici: il trasversalismo tra il PD senese e il centrodestra guidato da Verdini, allora braccio destro di Berlusconi. Dieci anni dopo, lo stesso schema lo ritroviamo su scala nazionale con il PD a trazione renziana, con il solito Verdini, anche se non più braccio destro di Berlusconi. Nel 2007, anno di Antonveneta, nasce formalmente il PD e Veltroni viene eletto segretario nazionale. La federazione senese del PD, fino al 2005 di stretta osservanza dalemiana, in concomitanza con l’operazione Antonveneta, voluta dal Monte dei Paschi guidato dall’allora piddino (ex DS) Giuseppe Mussari,  si “veltronizza” (anno 2007). Tutta la Toscana sposa l’era Veltroni e lo scissionista Enrico Rossi, in quegli anni, era il luogotenente di Veltroni in Toscana, mentre il centrodestra senese, si rivela completamente in mano a Verdini e al suo braccio destro Massimo Parisi. Perché  in Toscana e soprattutto a Siena, gli ex DS abbandonano D’Alema e si schierano con Veltroni? La risposta a questa domanda è il vero punto di partenza per ricostruire gli eventi, che successivamente hanno destabilizzato il sistema bancario italiano e oggi, sul piano politico, stanno portando alla fine del PD. Nel periodo2004/2005, il gruppo dirigente diessino senese e i vertici di Banca e Fondazione MPS avevano preso l’impegno di concretizzare il matrimonio tra BNL e MPS, un matrimonio bancario ben visto da D’Alema, ma osteggiato da Veltroni e soprattutto osteggiato da una certa area cattolica romana e “ruiniana”, molto vicina al cattolicesimo “botiniano” spagnolo e diffidente verso il cattolicesimo democratico italiano. A un certo punto, con cambio di rotta repentino, il gruppo dirigente senese stoppa l’operazione BNL-MPS. Sempre sul fronte BNL, il gruppo dirigente senese, si schiera contro l’operazione Unipol guidata da Consorte, rompendo con le cooperative emiliane per schierarsi con le cooperative toscane, guidate da Turiddu Campaini, veltroniano e capo di Unicoop (azionista di MPS). Con il NO di Siena, D’Alema perde la partita, Veltroni e Caltagirone cantano vittoria, la Banca laica spagnola, il Banco di Bilbao, favorevole al matrimonio, in quanto azionista di BNL, lascia il mercato italiano. Saltata l’operazione BNL, per MPS susccessivamente si presenta l’opportunità di una fusione con il SAN PAOLO IMI, poi tramontata. Qui entra in scena il Santander di Emilio Botin,  che dopo i tentativi stoppati dalla finanza cattolica italiana guidata da Bazoli, di puntare su SAN PAOLO IMI, compra Antonveneta dagli Olandesi per poi rivenderla al Monte dei Paschi. Il cattolico spagnolo Botin, con il suo Santander, perde la sfida con il cattolico italiano Bazoli e mentre quest’ultimo, insieme a Salza, sigla la nascita di IntesaSanpaolo, Botin si dovrà accontentare (si fa per dire!!!), dei 17 miliardi per la vendita di Antonveneta. D’Alema non ha mai digerito lo sgarbo di Mussari e del gruppo dirigente senese, ed ecco perché  nell’operazione Antoneventa non appare mai sul piano politico Massimo D’Alema. Perché  rispetto ai vari Veltroni, Fassino, Giuliano Amato, che difendevano Mussari, l’ex piddino Massimo D’Alema, dopo lo sgarbo sulla BNL, non ha mai nascosto la sua contrarietà nei confronti di Mussari, alla guida del Monte dei Paschi.
Il PD nasce dalla fusione tra Margherita e DS e per quanto riguarda la vicenda del Monte dei Paschi, fu proprio l’ex presidente della Fondazione MPS Gabriello Mancini, a tirare in ballo gli esponenti politici durante gli interrogatori dai magistrati: da Rutelli,a  Antonello Giacomelli (attuale sottosegretario del governo e renziano doc), ai politici senesi. E’ lo stesso Mancini, che riferirà degli ottimi rapporti tra Mussari e Veltroni, per quanto riguardava il versante dei DS. Per non parlare di quella telefonata tra Fassino (sostenitore di Renzi) e Mussari, con il primo che dice al secondo, che devono “fare il punto totale”.
Abbiamo detto che il Monte dei Paschi era guidato da un esponente del PD, Antonveneta da un esponente del PDL. La Fondazione Monte dei Paschi blindata nelle mani del PD senese e gestita con il “ruolo invasivo di comune e provincia” (vedi atti dell’audizione della commissione finanze del senato). Ma non solo: la Fondazione è stata gestita in “violazione della legge Ciampi”(sempre agli atti della commissione finanze). Pensate un po’, nella commissione d’inchiesta regionale, grazie anche al ruolo accomodante dei Cinque Stelle e della Lega Nord, il PD ha fatto in modo di non approfondire la questione complessiva del ruolo della Fondazione, evitando di convocare tutti i membri delle deputazioni della stessa, per essere ascoltati.
La responsabilità principale del disastro di Banca Monte dei Paschi va ricercato nel ruolo della Fondazione e nel Ministero del Tesoro di allora. Se la Fondazione opponeva un NO alla volontà di Mussari di proseguire con l’operazione Antonveneta, la Banca non si troverebbe nelle condizioni attuali e la Fondazione non avrebbe dissipato il suo patrimonio. Chi ha dato l’autorizzazione alla Fondazione per l’indebitamento? Il Ministero del Tesoro! Tradotto: la responsabilità del disastro MPS è tutta derivante dal ruolo invasivo della politica e di quel groviglio armonioso che ha partorito il trasversalismo tra PD e Verdini. Per verificare i rapporti intercorsi tra il Ministero del Tesoro e la Fondazione MPS, nel periodo che va dal 2006 al 2008, è sufficiente chiedere al ministro Padoan di ricercare la documentazione, senza aspettare i tempi lunghi, infiniti, di una commissione d’inchiesta, o meglio di una farsa politica per tenere occupata l’opinione pubblica.
Oggi tutti gli uomini che hanno avuto un ruolo importante nella vicenda Antonveneta-MPS, sia sul piano politico che su quello gestionale, sono organici al renzismo e li abbiamo trovati in prima linea per il SI la referendum e quegli uomini di partito sono gli stessi uomini che garantiscono a Renzi il sostegno interno e anche esterno (vedi Verdini). Fassino sosteneva Mussari e oggi sostiene Renzi; Giuliano Amato era un sostenitore di Mussari e oggi è con Renzi; Antonello Giacomelli era il garante politico di Gabriello Mancini e oggi è con Renzi. L’ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, era in prima fila per il SI al referendum, insieme al Piazzi, ex membro della deputazione della Fondazione MPS. L’attuale responsabile degli enti locali del PD toscano, il renzianissimo Bruzzesi, fu nominato da Mussari in una partecipata di Banca Monte Paschi. L’amico di Renzi, quel Marco Carrai, fu indicato da Monte dei Paschi nel cda di Firenze Parcheggi. L’attuale sindaco di Siena, il renziano Bruno Valentini, mandò un sms a Renzi per dirgli “allora procedo con le nomine?”, riferendosi alle nomine della Fondazione MPS. Il turborenziano Stefano Scaramelli, attuale consigliere regionale del PD toscano, in una trasmissione radiofonica, ha detto candidamente di aver partecipato a una riunione del PD senese, con la presenza dell’allora presidente della Fondazione MPS Gabriello Mancini, per mettere ai voti l’adesione della Fondazione all’aumento di capitale della Banca. Avete capito? Il turborenziano Scaramelli ha detto che discutevano e votavano le decisioni della Fondazione, alla presenza del presidente Mancini, in una riunione di partito. Di quando, come riportato da Dagospia, il ministro Lotti incontrava il presidente e amministratore delegato di Banca MPS, Profumo e Viola, ne vogliamo parlare?
Caro Renzi, qui più che la commissione d’inchiesta, vi conviene azzerare il gruppo dirigente nazionale e locale del PD e chiedere scusa per le macerie lasciate dai vostri uomini, con la gestione di Banca Monte dei Paschi, nessuno escluso, compreso anche qualche scissionista. Verdini è già impegnato con le sentenze sul suo passato.
Non si può continuare con questa farsa.
(Nelle foto: Veltroni insieme a Mussari; Amato insieme a Mussari; Amato insieme alla Boschi; Renzi insieme al sindaco di Siena Valentini; Lotti insieme a Verdini)

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