L’uomo che sussurrava ai gazebo, alcune proposte per il prossimo anno

di Hattori Hanzo

Gli equilibri interni a un partito e gli eventi organizzati dai partiti, se non vanno ad incidere direttamente nella vita pubblica e se non storpiano, attraverso l’uso “militarizzato” dell’informazione, la rappresentazione reale, sono e restano questioni di un partito e come tali vanno rispettate senza la pretesa di condizionarle. Le primarie del PD sono un evento di quel partito; ma dal momento in cui il nostro sistema dell’informazione, sbagliando e rivelandosi un sistema provincialotto, gli dedica una copertura mediatica come se si trattasse di elezioni politiche, utilizzando l’evento per condizionare il dibattito politico complessivo, non ragionando di chi e con quale percentuale viene incoronato segretario, l’evento diventa oggetto di una riflessione pubblica.
Negli Stati Uniti,  le primarie sono pre-condizione per l’elezione del presidente e in più sono uno strumento regolato e fondante della cultura politica sia dei democratici che dei repubblicani. In Italia questo strumento, non è regolato e la certificazione dei risultati è nelle mani di chi gestisce il partito nei territori e quasi sempre c’è  qualcuno che “suggerisce ai gazebo”.
La sera delle primarie, senza alcun dato ufficiale, come in una festa di titoloni  già preorganizzata, i giornali e i fedelissimi di Matteo Renzi, hanno inondato la carta e il web con “siamo oltre le aspettative”, ”2 milioni di votanti, per poi passare al circa 2 milioni”, per poi strabordare con frasi del tipo “Renzi a sopresa vince”. E qui siamo nella propaganda di un partito e la cosa non ci stupisce affatto, ma i giornali, che in teoria dovrebbero offrire un servizio d’informazione ai lettori, perché  si sono appiattiti cosi?
Tutto questo circo mediatico, per scoprire che non sono 2 milioni e nemmeno “circa 2 milioni”. Comunque il vero dato è un altro: le primarie, oggi più che in passato, per come sono concepite e gestite, servono solo alla propaganda.
Le primarie hanno avuto un ruolo fondante con Prodi, con Veltroni e anche nel 2013 con Renzi. Anche a Siena, nel 2013, i seimila votanti alle primarie sono serviti per spianare la strada al Valentini. Per Renzi sono state il trampolino di lancio, e quei 2 milioni e 800mila votanti del 2013, avevano creduto a una svolta. Poi con l’esperienza al governo e il protagonismo del suo cerchio ristretto, Renzi si è rivelato per quel che era  (lo è ancora): un politico di provincia che non riesce ad andare oltre quello che gli studiano a tavolino i suoi comunicatori e che è arrivato a frequentare gli ambienti, che vanno dalla Fiat di Marchionne a Mediobanca di Nagel, grazie alla sponsorizzazione dell’ex manager della Fiat Paolo Fresco . I risultati delle primarie confermano che oramai il PD è un partito minoritario, che sopravvive grazie ai capi-bastone della ex DC della Campania e ai voti di quell’area politica che in Sicilia votava per Cuffaro. Nelle regioni e nei territori in cui è nata l’ossatura e la base fondante del PD, i votanti alle primarie si sono dimezzati e oggi il PD è il partito degli ex democristiani anti-ulivisti (per intendersi, del “lupo marsicano” Franco Marini), alleati di Fassino. Renzi è il segretario di un partito che ha concluso la sua storia, senza una strategia se non quella di gestire il potere per le poltrone. Quindi diciamolo francamente: la candidatura di Emiliano è stata funzionale per impedire ad Orlando di raggiungere il 45% dei voti. Come al solito, partono “rivoluzionari” e poi arrivano “conservatori”.  Ad alimentare questa politica del tatticismo fino a stesso -e a Renzi fa comodo-, ci pensano il grillino Di Maio (in fase decrescente, tanto che le spara grosse per ritrovare un ruolo di primo piano nel movimento), il leghista Salvini, Paolo Romani di Forza Italia (uno dei più nostalgici del patto del Nazareno) e la linea editoriale di Travaglio (al Fatto servirebbe il ritorno di Antonio Padellaro!). E’ tutto un gioco delle parti, di canti e controcanti, che ci consegna un quadro politico desolante. Fortunatamente al Qurinale c’è un uomo saggio come Mattarella, forse troppo ermetico, ma almeno ci evita col suo “silenzio operoso”, una deriva senza ritorno.
Se non ci saranno stravolgimenti, in positivo ovviamente, le prossime elezioni politiche segneranno la vittoria dei Cinque Stelle, anche all’insaputa di Di Maio.
Per quanto riguarda invece le elezioni amministrative del 2018 -Siena è una delle città chiamata al voto- la svolta per guidare l’amministrazione non può che arrivare da liste o coalizioni civiche. Anche perché  a Siena il PD  (il dimezzamento dei votanti rispetto alle primarie del 2013 lo conferma) è il partito di Ceccuzzi e Monaci, con l’ausilio di Scaramelli e di Valentini: è finita la spinta del #cambiaverso. I dirigenti del centrodestra, leggasi in tal senso il silenzio politico sulle nomine della Cinelli Colombini e di Del Regno, sono ritornati alla vecchia logica di quando Verdini agevolava il partito di Ceccuzzi e Monaci.

Per le amministrative del 2018 andate oltre i “suggeritori ai gazebo” e mandate in pensione il partito di Ceccuzzi, Monaci (Scaramelli e Valentini) e i loro alleati di centrodestra. Una lezione per i dirigenti politici è creare uno spazio dove ridare fiducia agli elettori del PD e del centrodestra, che a livello locale vogliono chiudere pagina con il groviglio, a differenza dei dirigenti di partito.

(La foto dell’immagine in evidenza è tratta dal sito “infosannio”)

One comment

Unisciti alla conversazione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *