Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Maligno Zaccagnini

Caro direttore,
siamo amici ma mi permetta di darLe del lei, se non altro per conferire
un’aura di autorevolezza a queste poche righe. Come ben sa, non mi
occupo più di politica ma la tentazione di dire due cosette,
letteralmente due cosette, sui recenti fatti politici della nostra
città (e non solo) è troppo forte ed io non ho intenzione di
resisterle. Scriveva Stalin sulla Pravda del 3 luglio 1928,
rispondendo a un compagno sul pericolo di una deriva di destra nel
Partito: “I bolscevichi non possono ignorare che la parola d’ordine
dell’autocritica è la base dell’attività del nostro partito, è un
mezzo per rafforzare la dittatura proletaria, è l’anima del metodo
bolscevico di educazione dei quadri.” Così sentenziava Stalin, e pure
io che comunista non lo sono mai stato, voglio credere nel potere
fortificante e taumaturgico dell’autocritica. Peccato che a non
crederci sia il nostro ex sindaco Bruno Valentini, che invece a quanto
mi risulta comunista lo è stato. Non mi è stato infatti possibile
rinvenire neppure una mezza dichiarazione in cui il nostro buon
Brunone si sia accollato, magari in maniera sfumata o implicita, la
benché minima responsabilità riguardo alla recente débâcle elettorale.
La colpa è del quadro nazionale di riferimento, della deriva
sovranista, e dei populismi beceri e demagogici—come se poi la
propaganda di certa sinistra non contenesse anch’essa grani di
populismo altrettanto becero e demagogico. Ancora più interessante
(per antropologi e psicanalisti) è l’analisi offerta dalla Coordinatore
organizzativo di “in Campo,” la lista di sostegno a Valentini. Qui la
responsabilità della sconfitta viene ribaltata direttamente sul PD reo
di aver condotto nei mesi antecedenti alle elezioni una sorta di
percorso “ad escludendum” in funzione anti candidatura di Valentini.
Non mancano attacchi diretti di natura personale—che stile! In primis,
al buon Vecchio Alberto Monaci, reo di aver di aver rivolto al sindaco
una serie di epiteti del calibro di “inadeguato”, “incapace”, e
addirittura, “ragioniere” (come dovremmo reagire io e lei, direttore,
che abbiamo fatto il Bandini?) che ne hanno intaccato lo smalto di
figura pubblica. Neppure l’assessore (lui non ragioniere ma accademico
di chiara fama) Stefano Maggi si salva, tacciato di un “eccessivo
accanimento ideologico verso i mezzi privati” che ha minato i consensi
tra automobilisti e centauri. Ma neanche tra le dichiarazioni del
portavoce di In Campo è possibile individuare una traccia (anche
impercettibile) di autocritica. Questo però, a guardar bene, nel PD
deve essere un vizio di famiglia. Basta infatti andarsi a leggere le
cronache di due giorni fa riguardo alla sceneggiata di Matteo Renzi
alla direzione del partito. In un clima da auprès de moi le deluge
(non è che il francese lo parla solo il Piccini) Renzi si è prima
sepolto per poi riesumarsi ed autocelebrarsi. In un discorso fiume tra
il grottesco ed il malinconico—e davanti ad una platea motivata come
quella del congresso del Partito Liberale italiano del 1989—Renzi non
ha saputo far meglio che ricordarci che lui aveva ragione e che ha
fatto grandi cose. Ma se poi lui ha perso e il Pd ha perso è stata
colpa di chi gli remava contro, di chi lo criticava e di quelli che se
ne sono andati (pure il Pinciani?). Un’analisi, c’è da dire con
rammarico, degna del miglior Berlusconi del “non mi lasciano lavorare”
ma che troverà certamente concorde Bruno Valentini e i suoi accoliti.
Caro direttore ho scritto troppo e voglio concludere. Quando Salvini a
Pontida una settimana fa ha detto che governerà per i prossimi
trent’anni, non è stato né arrogante né un illuso. Casomai, con questo
PD e questa opposizione, è stato fin troppo cauto se non addirittura
pessimista. Il PD non esiste più ma i suoi vertici non lo sanno o non
lo vogliono sapere e ricordano sempre di più Hiroo Onoda militare
giapponese, noto perché, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda
guerra mondiale nel 1974, si rifiutava di credere che la guerra fosse
finita. Questa è la situazione nazionale e lo stesso si può dire di
Siena dove, da elettore PD deluso, tradito ed amareggiato, non posso
che augurare buon lavoro al mio amico Luigi De Mossi.

Maligno Zaccagnini

5 comments

  • L’importante è avere la faccia per assumersi la responsabilità di ciò che si scrive, cosa che mi sembra tu non abbia e come te mi firmero’ con uno pseudonimo.

  • Chi non ha il coraggio di firmarsi quando fa’ un commento, su qualunque argomento, dimostra la sua viltà intellettuale. Spero solo che vengano pubblicati i commenti che seguiranno all’articolo di Maligno Zaccagnini, ma ho forti dubbi che ciò avvenga.

    • Mario prenditi una camomilla, in questo spazio hanno tutti voce, tranne gli “spregiosi”, chi offende, gli isterici con l’aggravante della stupidità. Quindi i commenti verranno come sempre passati, sappi però, siccome non siamo di primo pelo, che dall’indirizzo ip si vedono i commenti che provengono dallo stesso soggetto. Di pure la tua, ma rilassati.

  • Noi ci calmiamo ma voi non vi allargate. Si deve scrivere “après moi le deluge”. “Apres de moi le deluge” vuol dire (più o meno…) “Presso di me il diluvio”. A meno che tu non sia Paolo Sottocorona, l’omino che fale previsioni sulla “Sette”. Scrivete come mangiate, che è meglio….

    • Senti Giovanni, va bene tutto e fai come ti pare, ma a francese stiamo con Maligno, ci pare ci capisci il giusto…senza allargarsi ovviamente.

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